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Il concordato con riserva nel Codice della Crisi d’Impresa

Premessa

Tra le soluzioni concordate della crisi d’impresa il concordato preventivo è l’istituto che è stato più incisivamente modificato, in senso restrittivo, dal Codice della crisi d’impresa con l’obiettivo dichiarato (si veda la Relazione illustrativa) di incentivare l’accesso allo stesso soltanto quando esso è finalizzato a garantire la continuità aziendale, limitando nel contempo i presunti abusi del concordato.

Con riferimento, in particolare, al concordato con riserva o concordato in bianco questo è stato introdotto con il d.l. 83/2012, n., convertito con modifiche nella l. 7 134/2012, e ha riscosso un immediato successo tra le imprese in quanto consentiva di anticipare la protezione del patrimonio del debitore (c.d. automatic stay) dalle azioni esecutive dei singoli creditori alla data di deposito del ricorso, prima ancora cioè della formulazione della proposta ai creditori e della presentazione del piano di soluzione concordata della crisi.

Inoltre, il concordato prenotativo nella versione originaria lasciava al debitore la gestione dell’impresa senza l’immediato interventodi un commissario a vigilare sul comportamento del debitore stesso.

Emerse quasi subito le criticità del nuovo istituto legate a un suo uso disinvolto quando non decisamente abusivo1, il legislatore è stato indotto a intervenire nuovamente sull’istituto con il d.l. 69/2013, (convertito dalla l. 98/2013), per contrastare l’abuso del concordato in bianco, innanzitutto rafforzando l’obbligo già previsto di informazione periodica e imponendo al debitore l’obbligo di fornire informazioni circa  «l’attività compiuta ai fini della predisposizione della proposta e del piano», oltre al deposito mensile una situazione finanziaria dell’impresa, da pubblicarsi nel registro delle imprese a cura del cancelliere entro il giorno successivo al deposito. Tuttavia, la disposizione che ha forse maggiormente contribuito a frenare i casi di abuso del concordato in bianco è quella che ha previsto la facoltà del tribunale di nominare un commissario per verificare il comportamento del debitore circa l’effettiva predisposizione del piano e della proposta ai creditori e per vigilare sull’amministrazione dei suoi  beni e sull’esercizio dell’impresa. A tale nomina si è fatto ampio ricorso nella prassi dei tribunali, pur non trattandosi di una nomina obbligatoria.

La disciplina del concordato in bianco nel Codice della Crisi

Quanto alla disciplina del CCI e alle modifiche introdotte all’istituto in discorso,  la legge delega, anche se in modo indiretto, ha previsto il mantenimento del ricorso per concordato con riserva nell’art. 6, comma 1, lett. d): tra i principi e i criteri direttivi cui il Governo doveva attenersi nell’esercizio della delega vi era anche il riconoscimento della prededucibilità dei «crediti dei professionisti sorti in funzione del deposito della domanda, anche ai sensi dell’articolo 161, sesto comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, della proposta, del piano e della documentazione di cui ai commi secondo e terzo del predetto articolo 161».

Nel testo del d.lgs. 14/2019 la facoltà del debitore di presentare la domanda di concordato con riserva di deposito successivo del piano, della proposta e degli altri documenti che devono accompagnare il ricorso non è però prevista in modo esplicito come nel testo dell’art. 162, comma 6, L.F. ma può desumersi dall’art. 44, secondo il quale il tribunale, su domanda del debitore di accedere a una procedura di regolazione concordata, pronuncia decreto con il quale: «a) se richiesto, fissa un termine compreso tra trenta e sessanta giorni, prorogabile su istanza del debitore in presenza di giustificati motivi e in assenza di domande per l’apertura della liquidazione giudiziale, di non oltre sessanta giorni, entro il quale il debitore deposita la proposta di concordato preventivo con il piano, l’attestazione di veridicità dei dati e di fattibilità e la documentazione di cui all’art. 39, comma 1 […]».

Nel testo del CCI vi sono, peraltro, alcune modifiche all’istituto del concordato in generale e in particolare al concordato in bianco, che appaiono decisamente orientate a disincentivare il ricorso a questo istituto ponendosi in evidente controtendenza rispetto all’obiettivo della tempestiva emersione della crisi e al più volte dichiarato favor del CCI per le soluzioni negoziate della stessa.

Nello specifico si tratta:

  • dell’eliminazione dell’automatic stay, cioè del blocco delle azioni esecutive e cautelari individuali sul patrimonio del debitore per il solo effetto della presentazione della domanda di concordato, con l’onere imposto al debitore di presentare istanza in questo senso al momento del deposito della domanda (art.54, comma 2). A meno di non considerare questa una mera modifica formale, deve pensarsi che l’istanza dovrà essere oggetto di valutazione da parte del tribunale e che pertanto il debitore già nella domanda di ammissione dovrà argomentare adeguatamente per ottenere le misure protettive richieste;
  • della nomina del commissario giudiziale, che da facoltà del tribunale è divenuta obbligatoria (anche se di fatto, come detto, già oggi i tribunali vi procedono sempre), che deve riferire immediatamente al tribunale su ogni atto di frode ai creditori;
  • dell’obbligo del debitore di versare, entro un termine perentorio non superiore a dieci giorni, una somma per le spese della procedura, nella misura necessaria ad assicurare il pagamento del compenso del commissario giudiziale dalla presentazione dell’istanza fino alla scadenza del termine fissato per il deposito del piano e della restante documentazione;
  • infine, dell’art. 54, comma 1, che con una previsione definita giustamente aberrante2 stabilisce che «1. Nel corso del procedimento per l’apertura della liquidazione giudiziale o della procedura di concordato preventivo o di omologazione degli accordi di ristrutturazione, su istanza di parte, il tribunale può emettere i provvedimenti cautelari, inclusa la nomina di un custode dell’azienda o del patrimonio,che appaiano, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della sentenza che dichiara l’apertura della liquidazione giudiziale o che omologa il concordato preventivo o gli accordi di ristrutturazione dei debiti».

Restano, invece, anche nella nuova disciplina i già previsti obblighi informativi periodici, relativi alla gestione economica, patrimoniale e finanziaria, che il debitore deve assolvere mediante relazioni da depositarsi presso la cancelleria del tribunale, obblighi la cui violazione può dar luogo, su segnalazione anche del commissario, alla revoca del termine, nonché l’obbligo di richiedere l’autorizzazione del tribunale per il compimento degli atti urgenti di straordinaria amministrazione, pena, in difetto, la revoca della concessione del termine disposto ai sensi dell’art. 48 e l’inefficacia degli atti compiuti.

A cura di:
Diego Comba
Anna Grazia Sbiroli


1 La Cassazione che si è pronunciata più volte sul tema, ancora di recente ha ribadito che «la domanda di concordato preventivo presentata dal debitore non per regolare la crisi dell’impresa attraverso un accordo con i suoi creditori, ma con il palese scopo di differire la dichiarazione di fallimento, è inammissibile in quanto integra gli estremi di un abuso del processo, che ricorre quando, con violazione dei canoni generali di correttezza e buona fede e dei principi di lealtà processuale e del giusto processo, si utilizzano strumenti processuali per perseguire finalità eccedenti o deviate rispetto a quelle per le quali l’ordinamento li ha predisposti» (Cass. Sez. 1, n. 5677/2017, di conferma della sentenza della Corte d’Appello che aveva respinto il reclamo proposto dalla società fallita avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, pronunciata dopo che la medesima proponente aveva rinunciato a una prima proposta di concordato e aveva presentato altra proposta concordataria dopo il trasferimento della sede legale all’estero e in presenza di talune istanze di fallimento).

2 S. Ambrosini, Il nuovo concordato preventivo: finalità, presupposti e controlo sulla fattibilità del piano, in blog.ilcaso.it. L’Autore osserva: «L’ansia di armonia sistematica deve evidentemente aver “preso la mano” ai redattori della parte di decreto relativa al procedimento unitario: solo così, infatti, si giustifica una norma di oggettiva pericolosità per i pervasivi effetti di cui è foriera (oltre che di discutibile utilità) […].Senza dire dei possibili dubbi di incostituzionalità (i) per eccesso di delega (di un precetto così invasivo non vi è la minima traccia nella legge delega); (ii) per lesione della libertà di iniziativa economica privata (art. 41 Cost.), non risultando l’ipotesi normativa in questione strumentale al perseguimento dell’utilità sociale; (iii) per irragionevolezza (art. 3 Cost.), stante la sproporzione del mezzo rispetto all’obiettivo perseguito, nonché per incongrua equiparazione nel trattamento, giacché la norma considera sullo stesso piano istituti – accordi di ristrutturazione, concordato preventivo e liquidazione giudiziale – che occorre invece disciplinare in modo differenziato».

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